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Regista

  • Mi chiamo Aram e sono italiano: una storia sugli immigrati di seconda generazione

    May 23, 2012 | Posted By: | Attore · Regista · Teatro |

    Uno spettacolo teatrale che racconta la storia dei cosiddetti immigrati di seconda generazione, ragazzi nati e cresciuti in Italia quindi di fatto italiani, che ancora si trovano a dover fare i conti con pregiudizi infondati, ripetute diffidenze e atteggiamenti razzisti, un’esistenza in bilico fra diverse identità culturali che spesso si contrappongono ma che in realtà sono un’enorme fonte di arricchimento.

    Una produzione del Teatro Regionale Alessandrino, scritta a quattro mani dal regista Gabriele Vacis e dal protagonista e principale ispiratore dell’opera, Aram Kian, 39 anni, nato a Roma da padre iraniano e madre italiana, cresciuto in una cittadina del profondo nord italiano, Busto Arsizio, si è diplomato alla “Civica scuola d’arte drammatica Paolo Grassi” nel 1996 .

    Tutto nasce da una chiacchierata tra Vacis ed Aram, nel 2005, poco dopo che Londra era stata colpita dagli attentati alla metropolitana, un massacro compiuto da immigrati di seconda generazione, apparentemente integrati nella società inglese ma che in realtà covavano un feroce rancore nei confronti della civiltà occidentale. “Come mai anche tu non vai in giro a piazzare bombe?”, questa la domanda che il regista rivolse, in tono scherzoso, all’attore. La risposta è stata raccontare l’esperienza dei figli degli immigrati, l’infanzia e la giovinezza di questi “nuovi italiani”, intrecciando il teatro di narrazione con la memoria dei nostri tempi.

    «Se uno alto, biondo venisse qui a dirti: ho lo zainetto pieno di bombe, tu ti metteresti a ridere, no? – spiega Aram Kian – Ma se te lo dico io? Un brivido ti viene, no? Solo perché sono basso e nero. Che poi non sono neanche tanto nero, al limite un po’ olivastro».
    Divertente e assolutamente autentico, Aram è in scena da solo ed interpreta vari personaggi, immigrati di seconda generazione ed italiani, con irresistibile comicità, sempre con lucida ironia, qualche volta con legittima rabbia.

    Ovviamente non mancano gli spunti autobiografi perché molte delle cose che accadono in scena sono state vissute in prima persona dal protagonista, come ad esempio gli immancabili e reiterati controlli di polizia «È tutta la vita che mi chiedono i documenti o mi fermano quando sono in macchina – spiega Aram Kian – Ti senti come se fossi colpevole di qualcosa, pur non avendo fatto nulla».
    A volte basta un nome considerato “stravagante”, oppure un colore della pelle leggermente più scuro, per complicare l’esistenza ad un onesto cittadino.

    L’obiettivo dello spettacolo – che alcuni mesi fa aveva già riscosso notevole successo al Teatro dell’Archivolto – è abbattere le barriere culturali ed evidenziare gli aspetti della positivi della diversità, proponendo al pubblico uno sguardo al futuro di una società che deve necessariamente imparare, giorno per giorno, a dare un significato concreto all’aggettivo “multietnica”.

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